ULISSE: CHI ERA COSTUI?

di Roberta Merighi

Assistevo, tempo fa, alla trasmissione televisiva Passato e Presente condotta su Rai 3 da Paolo Mieli. Una trasmissione che tratta quotidianamente di fatti o personaggi storici, ma anche di fatti o personaggi letterari. Tutti fanno parte, comunque, del nostro patrimonio culturale, li ritroviamo e li abbiamo letti nei libri su cui tanti studenti si sono misurati.

Argomento della puntata era Il Cavallo di Troia, episodio conclusivo della guerra di Troia e dell’Iliade di Omero. Inevitabilmente il discorso si è incentrato sul personaggio che aveva partorito l’inganno del cavallo, ossia Ulisse, che diventa poi il protagonista dell’Odissea. Ulisse è così riemerso alla nostra memoria, attraverso le parole dello storico intervistato, nelle sue caratteristiche: uomo scaltro e menzognero che durante la guerra ricorre più volte all’inganno, e che nella lunga strada intrapresa per ritornare a Itaca incontra ostacoli e affronta pericoli e tentazioni che supera non solo con l’aiuto di divinità contro altre divinità a lui avverse, ma con la stessa furbizia e astuzia che già gli avevamo visto usare per sconfiggere Troia. L’Ulisse omerico è quindi anche uomo di ingegno, dotato di quella creatività atta, come direbbe oggi la psicologia, al problem solving, ma anche uomo coraggioso, sorretto dall’intento di far ritorno all’amata Itaca, all’amata Penelope e al figlio Telemaco.

Da qui ad arrivare all’Ulisse di Dante il passo è stato breve. Dante, che non conosceva direttamente i testi omerici, ma solo tramite autori latini, colloca l’eroe greco nell’Inferno fra i “consiglieri fraudolenti” proprio in virtù della sua furbizia ingannatrice e ne dà l’interpretazione che tutti conosciamo attraverso i versi: «Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver come bruti/ma per seguir virtute e canoscenza» (Inferno, Canto XXVI). Parole che Ulisse pronuncia per sollecitare i suoi marinai/compagni a seguirlo. Dove? Verso l’ignoto, perché è spinto dalla sete di conoscenza ai limiti del mondo, anzi egli brama superare quei limiti, incurante del ritorno a casa, incurante degli affetti e della patria. E la volontà di infrangere ogni limite lo porterà inesorabilmente alla punizione divina, al «folle volo» («e volta nostra poppa nel mattino,/de’ remi facemmo ali al folle volo») , cioè alla morte.

E così è stato interpretato da alcuni come il prototipo dell’uomo moderno.

Terminata la trasmissione ho sentito che la lettura della figura di Ulisse non era completa e mi è venuta in mente quella che Horkheimer e Adorno ci hanno offerto nel loro testo Dialettica dell’Illuminismo.

Il testo fu scritto fra il 1942 e il 1944 e pubblicato nel’47 negli Stati Uniti dove i due pensatori, esponenti di spicco della Scuola di Francoforte, ebrei e marxisti, si trovavano dopo aver abbandonato la Germania nazista.

L’opera, che risente naturalmente del periodo storico in cui è stata scritta (siamo nel pieno della Seconda guerra mondiale e nell’età dei totalitarismi) e anche della realtà sociale in cui gli autori si trovavano, ha al centro la tragica condizione umana segnata dall’alienazione.

Innanzitutto va spiegato che Horkheimer e Adorno non intendono per “Illuminismo” il movimento culturale del Settecento, ma il «senso più ampio di pensiero in continuo progresso», il cui «programma [….] era di liberare il mondo dalla magia [….] di dissolvere i miti e di rovesciare l’immaginazione con la scienza». Insomma, l’affermazione del pensiero razionale volto a togliere l’uomo dalla subalternità della paura e a renderlo dominante sulla natura. Ma il dominio dell’uomo sulla natura, attraverso l’utilizzo strumentale della scienza «volge infine a capovolgersi nel dominio dell’uomo sull’uomo».

Ulisse, o meglio Odisseo, in quanto gli autori recuperano il nome greco dell’eroe, analizzato attraverso il canto XII dell’Odissea è per loro, «il prototipo dell’individuo borghese».

Il canto narra del passaggio della nave di Odisseo davanti all’isola delle Sirene che, alla vista dell’imbarcazione, «un dolce canto cominciaro a sciorre». Quel canto che Odisseo era stato preavvertito di non ascoltare. Il loro canto ammaliatore rappresenta una tentazione fortissima, una minaccia sulla via del ritorno, per evitare la quale Odisseo rende i suoi marinai inabili all’ascolto tappando loro le orecchie con la cera e spronandoli a remare più forte, mentre egli si fa legare strettamente all’albero della nave per impedirsi di essere preda dei loro richiami pericolosi.

In che cosa Odisseo è il prototipo dell’individuo borghese?

Perché Odisseo usa ancora una volta la sua astuzia, questa volta finalizzata a neutralizzare il pericolo che le Sirene rappresentano, ma, secondo Horkheimer e Adorno, questa astuzia è proprio una delle forme della razionalità strumentale che in questo caso coinvolge lo stesso Odisseo, diventando uno strumento di repressione ma anche di auto-repressione.

Impedendo ai suoi marinai di seguire il canto egli toglie loro il piacere dell’ascolto («i compagni che non odono nulla, sanno solo del pericolo del canto non della sua bellezza»), che però non nega a se stesso per quanto, facendosi legare, se ne impedisca il godimento pieno.

Odisseo rappresenta in questa scena l’uomo adulto e razionale mentre le Sirene sono figure (femminili) che minacciano la conquista del Sé e «la sottomissione della natura al Sé» attraverso la perdizione nel passato dal quale si era emancipato. E «l’umanità ha dovuto sottoporsi a un trattamento spaventoso perché nascesse e si consolidasse il Sé […] e qualcosa di tutto ciò si ripete ad ogni infanzia». Insomma, la scena mostra una delle tante vittorie della repressione delle pulsioni sulla via della civilizzazione (come Freud insegna).

Odisseo, inoltre, è il signore della nave che decide e ordina mentre «concentrati, i lavoratori devono guardare avanti e lasciare stare tutto ciò che è a lato. L’impulso che li indurrebbe a deviare va sublimato».

Nella negazione del piacere, del godimento per sé e per gli altri, Odisseo incarna la figura del borghese (che Weber ci descrive ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo) che vive una vita ascetica e produttiva perché solo in questo modo sente di poter raggiungere la salvezza.

L’ascesa e la rinuncia al godimento immediato, accompagnate dalla razionalità strumentale, sono l’affermazione del capitalismo, del dominio dell’uomo sulla natura e dell’uomo sull’uomo.

«Così ciò che ha udito resta per lui senza seguito […] la loro tentazione [delle Sirene] è neutralizzata a puro oggetto di contemplazione, ad arte. L’incatenato assiste ad un concerto, immobile come i futuri ascoltatori, e il suo grido appassionato, la sua richiesta di liberazione, muore già in un applauso».

In tutta la loro Dialettica dell’Illuminismo Horkheimer e Adorno ci pongono di fronte all’alienazione dei nostri reali bisogni e alla sublimazione delle nostre pulsioni e così ci obbligano a pensare alla nostra condizione, ai rischi di una acritica sottomissione al dominio, al bisogno che avremmo di un ritorno alla natura, non in senso regressivo o barbarico ma di riconciliazione con le nostre pulsioni, con le nostre “sirene”.

E allora, l’Odisseo che torna alla sua amata e invocata Itaca non è più solo l’eroe che ha attraversato e vinto mille tentazioni e pericoli ma anche il “nuovo borghese” che verrà?

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