ACCOMPAGNARE I BAMBINI A SCOPRIRE IL GIUSTO RUOLO DEL LIMITE

Angelo Errani continua ad accompagnarci alla scoperta dei momenti e delle fasi cruciali di una corretta relazione educativa. In questa seconda puntata, riprendiamo e approfondiamo il significato di “limite”, per comprenderne in particolare il suo duplice ruolo.  

di Angelo Errani

Fra i miei ricordi di insegnamento presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna c’è un episodio avvenuto nel corso di una lezione dedicata alla conoscenza di alcuni deficit. Una studentessa aveva proposto la lettura della documentazione di un’esperienza clinica riguardante la straordinaria abilità di una persona con disturbi dello spettro autistico consistente nel riuscire a individuare, in pochi secondi e senza ricorrere ad alcun ausilio, il giorno della settimana corrispondente a una data compresa negli ultimi dieci anni. Sara, una studentessa cieca, esclamò con tono visibilmente preoccupato: “Oddio, non sarò anche autistica oltre che cieca?”. E, alla richiesta di motivare la sua preoccupazione, aggiungeva: “Perché faccio così anch’io”. Quella mattina, con la sua testimonianza, Sara aveva contribuito a chiarire in modo esemplare quel che Vygotskij indica come strano e somigliante ad un paradosso, e di cui offre la seguente spiegazione:

«[…] Da un lato il deficit è una mancanza, una limitazione, una debolezza, una diminuzione dello sviluppo, dall’altro, proprio perché crea degli ostacoli, esso provoca una potente spinta in avanti […] ogni deficit crea degli stimoli alla produzione di una compensazione».

Quello che nel vissuto dei vedenti, abituati ad affidare a calendari e ad agende la memoria del tempo, viene percepita come una capacità straordinaria, nell’esperienza di relazione con l’organizzazione del tempo da parte di Sara, si rivelava invece come una possibilità del tutto normale. Il bisogno di gestire il tempo, vivendo gli effetti del limite della cecità, aveva infatti attivato in Sara una ricerca di compensazioni e lo sviluppo di capacità comunemente assai improbabili. Compensazioni che non avvengono a livello dei sensi, cioè attraverso un aumento della sensibilità di uno degli organi integri, ma a livello delle funzioni psichiche.

«Non esiste uno sviluppo accentuato dello sviluppo del tatto e dell’udito nei ciechi […] dove troviamo una sensibilità più elevata rispetto alla media, questo fenomeno risulta secondario, dipendente, derivato, è più una conseguenza dello sviluppo che una causa. Il fenomeno descritto non è originato da una compensazione fisiologica diretta del deficit visivo (come l’ingrossamento di un rene), ma da una compensazione socio-psicologica che segue un percorso complesso e tortuoso, senza sostituire la funzione soppressa e senza vicariare l’organo insufficiente».

I ciechi, e più in generale le persone disabili, possono dunque raggiungere le stesse conoscenze e abilità dei coetanei e imparare come i compagni a utilizzare gli strumenti culturali in uso nella società di cui fanno parte, ma hanno bisogno di farlo percorrendo altre strade e con altri mezzi.

Ciò non vale ovviamente solo per le persone disabili. L’esperienza del limite genera sempre la ricerca di un suo superamento, anche se ovviamente non si possono avere garanzie di successo. La ricerca di compensazioni può infatti venire inibita, come quando nelle persone disabili si introduce un senso di inferiorità e, quindi, la convinzione di non essere in grado, di non riuscire.

«La nostra identità è plasmata, in parte, dal riconoscimento o dal mancato riconoscimento, o, spesso da un misconoscimento da parte di altre persone, per cui un gruppo o un individuo può subire un danno reale, una reale distorsione, se le persone o la società che lo circondano gli rimandano, come uno specchio, un’immagine di sé che lo limita o lo sminuisce o lo umilia. Il non riconoscimento o il misconoscimento può danneggiare, può essere una forma di oppressione che imprigiona una persona in un modo di vivere falso, distorto, impoverito. Il misconoscimento non è solo la mancanza di qualcosa di dovuto, il rispetto; può anche essere una ferita dolorosa, che addossa alle sue vittime il peso di un odio di sé paralizzante. Un riconoscimento adeguato non è soltanto una cortesia che dobbiamo ai nostri simili: è un bisogno umano vitale».

Oppure quando la ricerca di compensazioni viene impedita perché c’è qualcuno che fa al nostro posto le cose che potremmo imparare a fare da soli e noi, di conseguenza, potremmo ritenere la cosa molto conveniente e rifugiarci nell’assistenzialismo.

Può sembrare paradossale il fatto che si impari incontrando problemi. Ma come potrebbe essere diversamente? Se non incontrassimo problemi nuovi da risolvere perché dovremmo attivarci nella ricerca di un loro superamento? È la ricerca di soluzione dei problemi che genera nuove conoscenze e che ci conferma come soggetti che hanno delle capacità.

I riti di passaggio verso la realizzazione adulta nelle comunità umane di tutti i tempi, in evidente contraddizione con i riti della cultura del consumismo, hanno avuto come riferimento guida questa saggezza.

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